L’assaggiatrice

L'AssaggiatriceGiuseppina Torregrossa (n. 1956, Palermo) scrive storie straordinariamente creative ed intriganti, narranti vite ed esperienze delle donne della sua nativa Sicilia, risaltando argomenti quali femminilità e sessualità. L’affinità dell’autrice con la psiche femminile è senza dubbio in parte il risultato di vent’anni di carriera come ginecologa e ricercatrice di cancro al seno, mentre la sua creatività sembrerebbe esser frutto della sua passione culinaria e dell’influenza dell’antica tradizione Siciliana del cuntu (It. racconto orale; Ing. oral story).

Il talento eccezionale di Torregrossa è reso evidente nel suo primo romanzo L’assaggiatrice (The Taster) (Iride, 2007; Rubbettino, 2010), l’allettante racconto di Ancitruzza, una colta casalinga la quale un giorno torna a casa per scoprire che il marito Gaetano l’ha lasciata senza avviso. Sentendosi abbandonata, isolata e “attapanata” (una parola Siciliana senza traduzione), Ancitruzza si rende conto di dover reagire trovando modo di mantenere se stessa e le due figlie. Seguendo il consiglio della sorella Fifidda, decide di aprire una putìa (It. bottega; Ing. shop) sul lungomare di Strafalcello, dove vende tipici prodotti Siciliani quali erbe aromatiche, oli essenziali, vini locali e anche una cioccolata al peperoncino (chocolate with red chili pepper) con presunti effetti afrodisiaci. Grazie ai suoi gran prodotti, alle sue seduttive tattiche di persuasione e al suo atteggiamento disponibile, Ancitruzza diventa presto un punto di riferimento per abitanti e turisti. Ma i bisogni dei clienti non sono soddisfatti esclusivamente nella parte anteriore del negozio. Ogni giorno quando chiude per pranzo prepara nel retrobottega deliziosi piatti Siciliani, le cui ricette sono fornite all’inizio di ogni capitolo. Mentre Ancitruzza cucina i pasti, i movimenti ritmici, gli odori e i sapori risvegliano i suoi sensi e desideri – desideri che esaurisce con pochi eletti clienti, saziando non solo le pance affamate, ma anche i corpi e le anime.

Qualsiasi autore con un minimo di sale in zucca orienterebbe il lettore verso l’ambientazione geografica della storia, e Torregrossa non è da meno. Una delle tecniche principali che usa per immergere il lettore nella cultura Siciliana è il linguaggio. Lessemi dell’Italiano regionale di Sicilia e dialetto Siciliano (di per sè una lingua), inclusi nomi di piatti regionali, vecchi termini, detti popolari, esclamazioni, espressioni comuni e testi di canzoni; sono sparsi nel testo come condimenti, aggiungendo note di sapori locali a L’assaggiatrice.

PIATTI REGIONIALI

Nonostante l’Italiano regionale di Sicilia venga utilizzato in tutto il romanzo, è alquanto prominente nelle ricette locali. Ci sono dolci dal suono delizioso quali sfincia di san Giuseppe, cassatelle di ricotta (Sic. cassatelli o cassateddi di ricotta) e pignoccata (Sic. pignuccata) e anche la prelibata caponata (Sic. capunata). Una delle ricette fa anche uso di una parola Siciliana: pane cunzatu (Reg. Ital. pane cunzato; Ital. pane conciato; Ing. dressed bread).

TERMINI ANTICHI

Ci sono vari termini dialettali in L’assaggiatrice, alcuni dei quali sembrerebbero essere parecchio datati in quanto l’autrice non sia in grado di tradurli, oppure perchè sembrerebbero accennare all’era pre-industriale. In certe occasioni questi termini appaiono nella forma regionale, ad esempio con la -o finale (indicativa del nome maschile in Italiano standard) sostituita dalla -u, come nel caso sottoelencato di zimmilo.

attapanata (una parola senza traduzione, simile all’Ital. intrappolata; Ing. trapped)
Io mi sento attapanata. Cosa vuol dire? Non lo so con precisione, è una parola che sentivo a casa da bambina. (Mi sono fatta l’idea che è come essere in trappola, anzi in una palude, i piedi affondati nelle sabbie mobili, il corpo per intero nel fango, la testa fuori per respirare).
(I feel attapanata. What does it mean? I don’t know precisely, it’s a word that I used to hear at home as a little girl. [I’ve decided that it’s like being in a trap, or worse in a swamp, with your feet sinking in quicksand, your whole body in mud, and your head above to breathe].)

zimmilo (Sic. zimmilu; Ital. bisaccia; Ing. pack-saddle)
Lu zimmilo, borsa di paglia intrecciata che viaggia attaccata al dorso degli asini, da noi è anche un ristorante.
(The zimmilo, a bag of woven straw that travels attached to the backs of donkeys, is also a restaurant in our town.)

DETTO POPOLARE

Calza proprio a pennello il proverbio Siciliano usato come epigrafe del romanzo, scritto in un misto di Italiano e Siciliano e riguardante il tema del cibo (vi lascio leggere il libro e decidere da voi quale sia il significato):

… e sale metticcinni ‘na visazza e falla come vuoi, sempre è cucuzza!
(Ital. … e sale mettine una bisaccia e falla come vuoi, è sempre zucca!;
Ing. … and put a sack full of salt on it and make it however you want, it’s still a pumpkin!)

ESCLAMAZIONI

Le esclamazioni usate in L’assaggiatrice sono sia in Siciliano che in Siciliano-Italiano e, come nel proverbio sopracitato, tendono a descrivere la cultura dell’isola.

Bedda matri, che malanova!
Forse la traduzione Italiana più accurata sarebbe Mamma mia, che brutta notizia! (Oh my God, what awful news!), anche se il Siciliano bedda matri in Italiano significa bella madre (beautiful mother), alquanto diverso da mamma mia (mother mine).

Torna parrino e suscia!
Questa esclamazione Siciliana (Sic. Torna parrinu e sciuscià!; Ital. Torna prete e soffia!; Ing. letteralmente, The priest returns, and he blows!) non ha un senso figurato equivalente in Italiano o Inglese, ma viene usata nel contesto in cui una persona ti tormenta facendoti ripetutamente la stessa domanda. Prende spunto da una leggenda Catanese che narra di un tesoro nasconsto, custodito da uno spirito che spesso prende la forma di prete. La leggenda narra che un coltivatore d’uva tentò di accendere una lanterna di fianco al tesoro, ma ogni volta che accendeva la fiamma il prete appariva e la spegneva con un soffio. Fu così che il coltivatore frustrato rispose con questa esclamazione (e un paio d’altre parole selezionate con cura per il prete).

Babba, babba, babbasunazza!
Il nome Siciliano babba si riferisce ad una donna stupida (in forma maschile babbu), traducibile in stupida (stupid) o scema (fool). Il nome babbasunazza deriva da babbasone (scemo o addirittura scemo grasso) con l’aggiunta del peggiorativo -azza (Ital. -accia; Ing. nasty o silly, a seconda del contesto). Dunque, l’equivalente Italiano di questa esclamazione potrebbe essere Stupida, stupida, stupidaccia! (Stupid, stupid, stupid fool!) o Scema, scema, scemotta! (Fool, fool, silly fool!).

ESPRESSIONI COMUNI

Ci sono parecchie espressioni comuni Siciliane nel testo. Queste, come le esclamazioni, sono tra gli elementi lessicali più difficili da tradurre, in quanto di solito non abbiano equivalenti Inglesi.

vìriri e svìriri (Ital. vedere e svedere; Ing. letteralmente, to see and unsee, –in the blink of an eye)
In cucina sono brava, riesco a fare certe cose con niente, e in un vìriri e svìriri, che la gente resta ammammaluccuta (Ital. sbalordita; Ing. dumbfounded).
(I’m good in the kitchen, I’m able to make certain things with nothing, and in the blink of an eye, so people are dumbfounded.)

gira vota e furrìa (Ital. gira e rigira; Ing. letteralmente, turning and turning again, ovvero non importa quante volte quante volte cerchi di cambiare comportamento, ti ritrovi a fare la stessa cosa, –here we go again)
Mi saliva un desiderio forte da dentro alla pancia, le gambe si stinnicchiavano lunghe lunghe sotto al tavolo e tanto faceva che, gira vota e furrìa, la pasta di raffreddava e poi ce la trovavamo la sera a cena.
(A strong desire was rising up from inside my belly, my legs were stretching out beneath the table and why not, here we go again, the pasta got cold and then we found it there in the evening for dinner.)

CANZONE SICILIANA

Il romanzo presenta anche alcune strofe di una vecchia canzone Siciliana, il cui titolo sembrerebbe essere sconosciuto (a quanto pare il padre dell’autrice la cantava mentre si radeva, dunque se qualcuno riesce ad identificarla, sia io che lei vorremmo saperlo).

u suli è tramuntatu ‘nta ‘stu mari e tu bedduzza mia canti d’amuri…
(Ital. il sole è tramontato in ‘sto mare e tu bellezza mia canti d’amore…;
Ing. the sun has set on this sea, and you, my beauty, sing of love…)

Ovviamente risulta difficile catturare adeguatamente l’essenza di un romanzo prelibato (non resisto alla tentazione di usare aggettivi relativi al cibo per descrivere questo libro) come L’assaggiatrice nel post di un blog. Penso che la descrizione sulla piega interna della copertina sia la migliore: “è un racconto goloso e lieve, dolce di fichi e fresca di mente (it is a gluttonous and light story, sweet with figs and fresh with mint).” Allora andate avanti, lettori, assaggiatelo!

In Traduzione: L’assaggiatrice è stato tradotto in Olandese, e sono lieta di comunicarvi che la traduzione Inglese seguirà a breve. Non trovo sorprendente che il secondo romanzo di Torregrossa, Il conto delle minne (letteralmente Il racconto delle tette; Ing. The Tale of the Tits) sia già stato tradotto in dieci lingue. Prometto di pubblicare un update appena entrambe le traduzioni siano disponibili, perché non potete perdervi questi libri.

Su Facebook: Giuseppina Torregrossa ha una pagina Facebook sulla quale ha recentemente pubblicato un’interessantissima intervista per La Repubblica con l’autrice Siciliana Dacia Maraini. Ha anche un bellissimo sito contenente suoi scritti (testi medici, romanzi letterari, articoli di giornale e un blog) e delle bellissime iniziative per le donne alle quali ha partecipato durante gli anni.

Nota Personale: Voglio ringraziare di cuore l’autrice per aver pazientemente risposto alle mie domande su L’assaggiatrice e per avermi cortesemente rilasciato un’intervista che pubblicherò presto. Siate pronti, Torregrossa fa dei commenti intriganti sulle lingue Italiane e Siciliane e sui temi dei suoi lavori (e amerete la sua foto)!


Commenti

L’assaggiatrice — 2 commenti

  1. Thank you so much for this wonderful account of this book. I am currently doing an MA in translation, and considering one of Giuseppina Torregrossa’s works as a possible topic. To that end this blog has been very useful indeed, so thank you!

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