Giuseppina Torregrossa

Prima di provare la mano come romanziere, Giuseppina Torregrossa (n. 1956, Palermo) ha goduto una carriera di 20 anni a Roma come ginecologa, ostetrica e ricercatrice di cancro al seno. I temi della donna, presente e passato, occupano quindi una posizione di primo piano nei suoi tre romanzi L’assaggiatrice (The Taster) (Iride, 2007; Rubbettino, 2010), Il conto delle minne (The Tale of the Tits) (Mondadori, 2010) e Manna e miele, ferro e fuoco (Manna and Honey, Iron and Fire) (Mondadori, 2011). Anche prominente nella letteratura di Torregrossa è un’enfasi creativa sulla centralità del cibo nell’esperienza femminile e questioni pertinenti alla vita nella sua Sicilia nativa. Come molti dei suoi contemporanei, Torregrossa incorpora elementi della lingua Siciliana nei suoi testi per presentare un ritratto più autentico (e, in questo caso, più saporito) dell’isola. Di ricente ho avuto l’opportunità di parlare con l’autrice della sua scrittura, le donne nei suoi romanzi e i suoi pensieri delle lingue Italiana e Siciliana.

È sempre stata scrittrice? O la sua scrittura è stata ispirata dal suo lavoro con le donne come ginecologa?

Ho sempre scritto fin da bambina, una passione, un dovere, un modo per mettere ordine tra le idee, per dare un freno e incanalare le mie emozioni. Ho cominciato a pubblicare tardi. Il mio lavoro di ginecologa mi ha molto aiutato, le donne nello studio del medico si raccontano, parlano e mettono a nudo la loro emotività.

Ciascun capitolo de L’assaggiatrice comincia con una ricetta. Ha scelto le ricette per complementare le scene? O ci fossero istanze in cui una ricetta particolare ha servito come ispirazione per una scena?

L’assaggiatrice doveva essere un libro di cucina, ma appena scrivevo la ricetta davanti ai miei occhi compariva Anciluzza e mi sembra ancora di vederla nella sua putia, mentre frigge le melanzane, lessa il sedano e sgranocchia mandorle tostate. Poi la storia si è addensata come un bianco mangiare e attorno ad Anciluzza sono nati altri personaggi. D’altra parte a chi viene in mente di cucinare una caponata per se stessa?

Come tanti scrittori contemporanei dalla Sicilia, adopera il Siciliano nella sua scrittura. Cosa significa per lei la lingua Siciliana?

Il siciliano è la lingua di mia nonna, dei miei genitori, e anche la mia , io  sono nata in Sicilia  e ho vissuto lì fino all’adolescenza. E’ la lingua delle emozioni, delle passioni, dell’amore. L’italiano è il modulo espressivo della razionalità, in italiano ragiono, in siciliano vivo.

Come descriverebbe la lingua Italiana?

La lingua italiana viene dall’incrocio dei dialetti. E’ una lingua bellissima, piena di sfumature e carica di colore, però, come ho già detto, io ragiono in italiano, ma mi emoziono in siciliano.

Ne L’assaggiatrice, Anciluzza dimostra grande corraggio nei confronti di numerose restrizioni sociali imposte su di lei nei suoi ruoli come moglie e madre. Direbbe che le esperienze di Anciluzza sono rappresentative di quelle delle donne Siciliane in generale?

Direi che sono rappresentative delle donne in genere, solo che in Sicilia le restrizioni sono state più dure e sono durate più a lungo. Oggi le donne siciliane sono libere come le donne di tutto il mondo occidentale.

Cosa vorrebbe che i lettori traessero dalle donne nei suoi romanzi?

La forza, l’energia, tipica della Sicilia, la gioia di vivere tipica delle donne, la capacità di donarsi tutta femminile, l’audacia mascherata e sottaciuta delle donne che fanno i conti con la realtà.

Nota: Se volete sapere di più su Giuseppina Torregrossa, suggerisco vivamente di visitare il suo bellissimo sito web a www.giuseppinatorregrossa.com e la sua pagina Facebook. E date anche un’occhiata al mio post su L’assaggiatrice (The Taster), un romanzo tanto delizioso quanto il suo nome suggerisce.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *