Santo Piazzese

Santo Piazzese (n. 1948, Palermo) è internazionalmente rinomato come uno dei maestri del “noir mediterraneo (Mediterranean noir),” ovvero un hard-boiled rivisitato che esplora il rapporto tra criminalità e globalizzazione nelle città mediterranee. Piazzese si distingue da altri autori di questo genere in quanto si affidi alla sua formazione professionale come biologo per esaminare le dinamiche complesse della sua Palermo nativa. Un altro aspetto che particolareggia i lavori di Piazzese sono le sue descrizioni della città che variano a seconda della prospettiva dei protagonisti, una caratteristica che è parecchio evidente nei tre romanzi ripubblicati da Sellerio nel 2009 quali la Trilogia di Palermo (Palermo Trilogy): I delitti di via Medina-Sidonia (The Crimes of Via Medina-Sidonia) (1996), La doppia vita di M. Laurent (The Double Life of M. Laurent) (1998), e Il soffio della valanga (The Gust of the Avalanche) (2002). Di recente ho avuto l’onore di intervistare Piazzese riguardo all’influenza che la sua carriera scientifica ha avuto sulla sua scrittura, il linguaggio affascinante dei suoi personaggi e la complessa situazione linguistica di Palermo.

Hai usato la ormai celebre espressione “sono un biologo prestato alla scrittura” per identificarti. Come diresti che il tuo lavoro come biologo ha contribuito al tuo linguaggio come scrittore del noir?
La professione influenza il linguaggio di chi la pratica, perché ogni professione possiede un suo universo di riferimento, anche linguistico. Ma, sopra tutto, conduce a una forma mentis che ha un alto grado di specificità. Se chi pratica una data professione è anche uno scrittore, è fatale che ne risenta pure la scrittura. Quando ho cominciato la stesura del mio primo romanzo avevo già alle spalle una ventina d’anni di attività come ricercatore nel campo della biologia. Credo che questo abbia affinato in me una capacità di analisi e di sintesi che non è tipica solo di chi opera nel mio settore specifico, ma che caratterizza tutto il mondo della ricerca scientifica. Ciò ha progressivamente influenzato la mia maniera di scrivere. In un paese diversificato e linguisticamente variegato, come l’Italia, a questo aspetto si unisce la specificità localistica. La mia personale scrittura è dunque una figlia legittima dell’unione tra la mia professione e la forte tipizzazione dell’italiano che si parla a Palermo, città nella quale sopravvivono differenze di argot persino tra un quartiere e l’altro. Quand’ero ragazzo, era talvolta possibile identificare il quartiere di provenienza di qualcuno da come parlava. Ora è molto più difficile, anche perché negli ultimi decenni ci sono stati notevoli flussi incrociati, che hanno determinato una ridistribuzione dei palermitani nell’area urbana. Il che ha provocato una forte perdita di identità dei singoli quartieri e della città stessa.

Il tuo personaggio Lorenzo La Marca è un biologo presso l’Università di Palermo come te. Hai detto che la lingua di La Marca è quella che si parla nel suo ambiente universitario scientifico. Però La Marca è conosciuto per “il vizio dell’ossimoro” e altri giochi di parole che, francamente, non ci si aspetta dagli scienziati. Da dove viene la giocosità linguistica di La Marca?
Viene dalla giocosità linguistica del suo autore, cioè il sottoscritto. Mi è sempre piaciuto giocare con le parole, specie nel campo del nonsense. Comunque è bene aspettarsi di tutto, dagli scienziati: per mia esperienza, sono molto più dotati di senso dell’umorismo rispetto agli umanisti, anche se, personalmente, ritengo anacronistica la distinzione tra cultura scientifica e cultura umanistica; nella maggior parte dei casi si tratta di una forma di autosegregazione. Chi ritiene di appartenere a uno dei due “universi” rivendica il primato dell’uno sull’altro, ma finisce col proiettare intorno a sé i proprî confini. Riguardo al vizio dell’ossimoro, esso appartiene a La Marca quanto a me, che lo pratico spesso con modalità quasi subliminali. Mi affascina perché è la sintesi fulminante tra gli opposti, quasi una perfetta negazione di Verità precostituite e un inno allo scetticismo costruttivo. Sia detto con un doveroso filo di ironia, altrimenti sembra che parliamo dei Massimi Sistemi.

La Marca non sembra un tipo molto convinto della globalizzazione, però parla un Italiano neostandard pieno di stranierismi. Come definisci il rapporto di La Marca con le lingue straniere (per esempio, il francese e l’americano)?
Chiunque si occupi di ricerca nel campo delle scienze sperimentali, non può fare a meno dell’inglese, che è la lingua universale della letteratura scientifica. Questo vale anche per La Marca, che però, il più delle volte, ne fa un uso ironico. In realtà, gli anglicismi, più o meno deformati, appaiono sopra tutto ne I delitti di via Medina-Sidonia, perché nel romanzo una delle figure-chiave è Darline, la ragazza americana che La Marca accoglie nella sua casa e con la quale ha una breve e intensa relazione. Ne La doppia vita di M. Laurent sono meno frequenti. Ne Il soffio della valanga non ce n’é quasi traccia, anche perché il protagonista è il commissario Spotorno, che appartiene a un altro “universo” ed è persona ben diversa da La Marca. Per motivi caratteriali e di mestiere, gli manca la giocosità linguistica dell’amico biologo. Lo stesso vale per i francesismi, che sono quasi sempre associati alla persona di Michelle Laurent, ritorno di fiamma sentimentale di La Marca, e del padre di lei, monsieur Laurent.

Ne Il soffio della valanga, il commissario Vittorio Spotorno (un vecchio amico di La Marca) diventa il protagonista. A causa del mestiere di Spotorno, il dialetto è più presente in questo libro che in quelli precedenti. Hai descritto questo dialetto come “il dialetto della borghesia palermitano” in contrasto con la “lingua dell’interno.” Secondo te, qual è la differenza fra i due?
La faccenda è un po’ più complessa. La borghesia palermitana non parla quasi più il dialetto puro, ma un italiano sicilianizzato sopra tutto nella struttura del discorso. Faccio un esempio: il dialetto siciliano non possiede il tempo futuro, il che è già un indizio sulle aspettative di un popolo che nei millenni ha subito disfatte di ogni sorta. Non avere un futuro “verbale”, vuol dire non credere in un futuro “fattuale”. Il tempo futuro viene espresso o usando il presente indicativo o verbi “di obbligo”. Esso è una semplice propaggine del presente o, peggio, un destino. Questo uso viene mantenuto quando si parla in italiano. I ragazzi palermitani, dalla piccola borghesia in su, invece, mettono a punto una specie di argot in costante evoluzione, nel quale è invalso l’uso di tradurre in una sorta di para-italiano, vocaboli ed espressioni tipiche del dialetto palermitano. Per esempio, se vogliono insultare benevolmente un loro coetaneo gli dicono “Sei una neglia”, che in italiano non vuol dire niente. “Neglia” è l’italianizzazione di “niagghia”, che in palermitano vuol dire nebbia (nel paese di un sole sfolgorante la nebbia non viene vissuta romanticamente come al nord). In dialetto palermitano si direbbe “Si ‘na niagghia”. Il dialetto palermitano puro, che spesso diviene argot, in genere, resiste nelle classi meno elevate; ma va incontro a un certo declino, imbastardendosi e impoverendosi sempre di più. Un altro aspetto interessante è che spesso, quando una persona, diciamo così, “del popolo” si rivolge a un “borghese”, si sforza di parlare in italiano come forma di cortesia. Diversa la situazione nei paesi dell’entroterra, ma anche in città storicamente importanti come Agrigento, dove la buona borghesia parla ancora oggi un dialetto molto raffinato, ricco di sfumature e di vocaboli che un palermitano o un catanese non capirebbero. Vocaboli di derivazione araba, spagnola, francese, e persino greca, nonostante i due millenni e passa trascorsi dalla fine della colonizzazione ellenica.

C’è qualche differenza fra quando adoperi il dialetto nella scrittura e quando lo usi nella tua vita personale?
Sì, è la stessa differenza che c’è tra il linguaggio scritto e quello parlato in tutte le lingue del mondo e in ogni tempo. Quello che può esserci in comune tra i due momenti è il “rumore di fondo”, l’essenza, lo spirito, la coloritura. Comunque io uso raramente il dialetto puro, nella scrittura, e lo circoscrivo quasi esclusivamente ai dialoghi, che sono i luoghi letterari in cui prevale la lingua parlata.

Il giallo e il noir sono genere che indagano non solo un crimine ma anche la società in cui il crimine occorre. Cosa diresti che le tue indagini hanno rivelato sulla lingua di Palermo?
Di nuovo, penso poco. Quasi niente. Non sono certo il primo né l’unico scrittore palermitano, anzi, specie negli ultimi anni, a Palermo c’è stata una fioritura di nuovi scrittori, tanto da indurre qualcuno a parlare di una scuola palermitana, specie nel noir. Io non credo nelle scuole, anzi penso che sia un bene che non ce ne siano e che non ci siano confraternite e clan di scrittori. Ho sempre sostenuto che, se pure esistesse una scuola palermitana, essa sarebbe una scuola di differenze: gli scrittori palermitani contemporanei costituiscono un arcipelago le cui isole sono prive di collegamenti reciproci. E questo credo che non sia affatto un male. Dunque, la lingua di Palermo, cioè la voce della città, è anch’essa, nella scrittura, una lingua di differenze.

Nota: Santo Piazzese non ha né un sito web né una pagina Facebook (presumo che sia riluttante a usare la tecnologia quanto La Marca, il quale ora possiede un cellulare anche se rifiuta di riconoscerlo come tale, definendolo invece un “telefono di tasca [pocket telephone]”). Nonostante i fan di Piazzese abbiano creato una pagina Facebook a suo nome, la migliore fonte di informazione sull’autore è il sito web del Camilleri Fans Club (i creatori di questo sito dovrebbero essere premiati). E non dimenticate di leggere il mio post su I delitti di via Medina-Sidonia. È uno di quei libri che mi fa desiderare che tutti leggessero l’Italiano.

Foto: La foto qui sopra è una cortesia dell’autore, il quale la chiama “I tre asini (The Three Asses).” Questa foto mi fa venir voglia di ricomprare tutti i suoi libri.


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