Marco Malvaldi

Marco Malvaldi (n. 1974, Pisa) è sia chimico che autore rinomato. Malvaldi viene spesso chiamato il “Camilleri della Toscana” per via dei quattro gialli pubblicati da Sellerio in cui compare Massimo, il “barrista” proprietario del BarLume, forzato nel ruolo d’investigatore nell’immaginaria località balneare di Pineta nella Toscana. La serie comprende La briscola in cinque (Briscola for Five Players) (2007), Il gioco delle tre carte (The Game of the Three Cards) (2008), Il re dei giochi (The King of the Games) (2010), e La carta più alta (The Highest Card) (2012). Il suo romanzo del 2011 Odore di chiuso (The Scent of Must) (Sellerio), un giallo storico in cui compare il famoso gastronomo dell’ottocento Pellegrino Artusi, ha vinto il Premio “Isola d’Elba” Raffaello Brignetti e il Premio Castiglioncello. L’anno scorso ha addirittura pubblicato una guida turistica della sua Pisa natale intitolata Scacco alla Torre (Chess at the Tower) (Felici Editore). Ho avuto di ricente il grande piacere di intervistare Malvaldi sui personaggi coloriti dei suoi gialli e i linguaggi che utilizza per localizzare la sua scrittura.

Ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo, La briscola in cinque, mentre studiava per la sua laurea in chimica. Cosa l’ha spinta a scrivere il romanzo adoperando il dialetto di Pisa?

In realtà, il dialetto è usato solo nei discorsi delle persone anziane, dei vecchietti. La mia, più che una scelta, è stata quasi un obbligo: la quasi totalità della storia è ambientata in un bar di provincia, e difficilmente, nelle discussioni da bar, i vecchietti parlano un italiano perfetto… Ho semplicemente usato la lingua che verosimilmente queste persone avrebbero usato nella situazione analoga.

Massimo, il protagonista matematico-diventato-”barrista” della serie Pineta, è involontariamente assistito nelle sue imprese investigative da quattro vecchietti deliziosamente sarcastici e burberi, che lei ha descritto come un tipo di coro greco. In che modo, secondo lei, la parlata degli anziani riflette l’identità culturale pisana?

In primo luogo, attraverso il dubbio. I miei anziani sono scettici, sono una specie di coscienza collettiva che prima di accettare per vero qualsiasi fatto venga riportato pretende di accertarlo. I vecchietti non si fidano; non a caso, in pisano, la massima espressione di fiducia che viene accordata verbalmente dai vecchietti è “pol’esse’” (può essere). In secondo luogo, attraverso la complicata rete di soprannomi con cui i vecchietti identificano alcuni personaggi: in Toscana, non è insolito che per certe persone il soprannome prevalga sul nome, fino quasi a cancellare il nome stesso. È il caso di Ochei (che in italiano si pronuncia come Okay), ad esempio. I soprannomi hanno spesso valenza patronimica, per cui dato che mio nonno era soprannominato “il Papa” (per antitesi, perché grande bestemmiatore) mio padre era spesso identificato come “Gino del Papa”.

Uno dei programmi televisivi preferiti dei vecchietti è quello del cartomante Ofelio, il cui linguaggio è ricco e divertente quanto il loro. Chi o cosa ha ispirato questo personaggio favolosamente sgargiante?

Grazie per aver notato Ofelio e datogli l’importanza che merita. In Italia, quasi nessuno se ne è accorto, mentre per me è in assoluto la pagina più divertente del libro. Ofelio nasce dalla fusione di due personaggi, la maga Gina (una cartomante che si occupava, senza pretendere un soldo, esclusivamente di problemi di salute o di amore) e il mago Anubi, un cialtrone livornese che andava in giro, anche in occasioni pubbliche, bardato come un faraone. Le televisioni locali italiane sono piene di personaggi che diventano famosi per le loro apparizioni, spesso ben oltre i limiti del ridicolo, e che diventano quasi mitologici senza rendersi conto che in realtà la gente li prende in giro a sangue.

L’anno scorso ha pubblicato Odore di chiuso, un premiato giallo storico in cui compare Pellegrino Artusi, il reale gastronomo romagnolo. Com’è stato passare dal dialetto contemporaneo della sua Pisa nativa alla lingua Toscana dell’ottocento?

Per scrivere Odore di Chiuso ho dovuto leggere una notevole quantità di testi coevi al periodo, dalla metà alla fine dell’ottocento, per cui quando ho cominciato a buttare giù il romanzo ero piuttosto permeato da tale linguaggio. La parte più divertente è stata senza dubbio la scrittura dei diari dell’Artusi, che usava l’italiano in modo molto peculiare, infarcendolo di citazioni, battute, metafore, secondo un uso contrario ai suoi tempi. I letterati di fine ottocento in Italia erano molto seri e pomposi, e si prendevano sul serio in modo imbarazzante. Invece l’Artusi inizia il suo primo libro, un libello di critica letteraria intitolato “Commenti sopra trenta lettere di Giuseppe Giusti”, con la frase “Lettore mio, Dio ti salvi dagli sbadigli.”.

Nel suo romanzo più recente, La carta più alta, Massimo deve utilizzare la sua conoscenza della chimica per risolvere il crimine. È stato difficile incorporare il gergo della sua professione nella sua prosa?

No, anzi, è stato estremamente divertente. Sono convinto che usare parole dell’ambito chimico di cui tutti conosciamo o intuiamo il significato, ma che non usiamo comunemente (come distillare, cristallizzare, ecc.) aiuti chi legge a tenere il cervello acceso e a non sottovalutare il significato preciso dei termini che vengono usati.

È vero che La carta più alta sarà l’ultimo romanzo della serie Pineta? In tal caso, possiamo sperare in una serie TV a breve?

Probabilmente sì, La carta più alta sarà l’ultimo romanzo del BarLume. Sono affezionato a questi personaggi, e non vorrei rovinarli per mancanza di idee e finire per fare l’imitazione di me stesso. Per quanto riguarda la serie TV, la stiamo girando in questo momento, all’isola d’Elba. Massimo sarà interpretato da Filippo Timi, un attore di teatro di notevole bravura.

Ha detto che in Toscana si parla per metafore anche fra amici. Può lasciarci con un esempio?

Bè, per guardare più figure retoriche, non di rado in Toscana una persona antipatica è “piacevole come un clistere di ghiaia”; se un mio amico al bar non si accorge che lo sto salutando da cinque minuti, e continua a parlare al cellulare, verrà apostrofato con un gaio “se eri James Bond facevi un film solo”. E, se una persona pretende di spiegarmi una cosa che palesemente so già, gli dirò “Non vorrai mica insegnare a babbo a trombare, vero?”.

Nota: Vorrei ringraziare l’autore per avermi rilasciato un’intervista vivace come le sue storie e per aver dato a noi lettori una finestra affascinante e estremamente divertente alla sua Toscana. Per sapere di più su Marco Malvaldi ed i suoi libri, vi siete preghati di visitare la sua pagina Facebook e di seguire il suo blog per Sellerio chiamato BarLumi. E non dimenticate di leggere il mio post su La Briscola in Cinque!


Commenti

Marco Malvaldi — 4 commenti

  1. I have this question:
    Are Marco Malvaldi’s novels – especially the first four – available in English?
    I’m asking because I can’t seem to find them anywhere at all.

    Ta!
    Greetings,
    N. Eisner

  2. Ciao Norbert,

    No, they’re not translated into English. I’m hoping they’re eventually translated because they’re terrific!

    Traci

  3. Yes, I’m currently on number four, I am in stitches all the time. The best ever is that fake audioguide in the epilogue of the Tre Carte describing Rembrandt’s mother-in-law. Awwwwww…

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