Matteo Bortolotti

Matteo BortolottiMatteo Bortolotti (n. 1980, Bologna) è uno scrittore premiato e un sceneggiatore per TV e film. Come il nome del suo blog Professione Mistero indica, Bortolotti si specializza nel genere del mistero. Nel suo romanzo più recente, Il mistero della loggia perduta (The Mystery of the Lost Lodge) (Felici Editore, 2012), reclama e Italianizza il whodunit classico, arricchendolo ingegnosamente con elementi di commedia e riferimenti alla cultura pop. Di ricente ho avuto il grande piacere di intervistare Bortolotti sul suo protagonista l’altro Matteo Bortolotti, il congiuntivo, e le zucche, tra l’altro.

Sei nato e cresciuto a Bologna. Diresti che la città di Bologna ha formato la tua scrittura in qualche modo?

Penso che uno scrittore racconti inevitabilmente ciò che conosce. Bologna è una città che mi ha spinto a indagare le sue ferite, una piccola città che ha una superficie poco più vasta di quella di San Francisco, ma ha la metà dei suoi abitanti. Un posto in cui si sente ancora l’odore del piombo, degli anni del terrorismo che hanno devastato il nostro Paese.

Bologna è una città medievale che finge di essere una metropoli, un posto magico e antico che continua a essere un crocevia di tante realtà differenti. A Bologna vivono moltissimi scrittori, molti di loro si occupano di giallo, di thriller, e sono stati miei maestri e fratelli. Loriano Macchiavelli e Carlo Lucarelli, per esempio, con cui ho lavorato a una serie tv intitolata ‘L’ispettore Coliandro’.

Quindi ci metterei un SI davanti. In molti modi Bologna ha rappresentato per me quel confine sottile, quel filo di rasoio, su cui deve stare in equilibrio uno scrittore di gialli.

In Il mistero della loggia perduta c’è un miscuglio divertente di lingue e di varietà di lingua. Chi o che cosa ha ispirato la giocosità linguistica del libro?

Principalmente il mio amore per la lingua e per i ‘codici di comunicazione’. Mi piace pensare che lo stile di scrittura non faccia di una persona un narratore efficace, ma come narratore mi sento in dovere di conoscere bene i mezzi della lingua, perché mi permettono di essere più efficace.

Le parole sono menzogne, eppure sono ricchezza. Siamo circondati di ricchezza, ogni sfumatura, ogni diversità rende il mondo dettagliato. Ogni accento, ogni dialetto, ogni tonalità della pelle aggiungono dei pixel alla fotografia della realtà.

Questa ricchezza, a mio parere, fa sembrare un po’ più vere anche le storie più assurde, che sono spesso le più divertenti.

Sul tuo sito web, dici che l’altro Matteo Bortolotti (quello che appare in Il mistero della loggia perduta e veste sempre in giacca verde e camicia hawaiana) è un omaggio a Ellery Queen e Jessica Fletcher. Hanno anche influenzato il tuo uso di linguaggio questi personaggi indiscutibilmente classici?

In parte sì, perché ogni storia ha il suo modo per essere raccontata e per questo progetto particolarissimo, ispirato al mio blog ‘Professione Mistero’, ho voluto giocare con il ‘topos’ della letteratura gialla anglosassone, ribaltandolo, mettendoci dentro tutta l’italianità che potevo, creando un mix senza precedenti. Di Ellery Queen si è conservata la sfida col lettore e una saltuaria rottura della quarta parete. Di Jessica Fletcher c’è il respiro della leggerezza, la voglia di ritrovare storie gialle con una verticalità forte, storie in cui ti puoi affezionare ai personaggi sapendo che l’autore non te li farà morire dopo due episodi solo per scuoterti un po’.

Volevo trovare la mia cifra tra il divertimento e il delitto, riprendendo in mano il vecchio whodunit e mischiandolo con la realtà di questa città e dei suoi segreti. E poi diciamocela tutta, Ellery Queen era il nom de plume di due cugini. Jessica Fletcher era la straordinaria Angela Lansbury e nei romanzi è l’ottimo Donald Bain. Matteo Bortolotti invece esiste, è un tizio in carne e ossa. La sfida era troppo eccitante per tirarmi indietro.

Gli studenti di Italiano odiano il congiuntivo. Perché ne è tanto appassionato l’altro Matteo Bortolotti?

Proprio per questo. L’altro-me è pedante, esasperato in ogni mio difetto come in ogni mia qualità. Spesso, fra l’altro, confondo le mie qualità e miei difetti. Io sono uno che tiene poco a freno la lingua. I medici dicono che ho delle branchie sotto il palato, se non muovo spesso la lingua non riesco a respirare.

E’ più forte di me, ma sai cos’è ancora più forte? Il desiderio di non usarla inutilmente, la mia lingua. L’altro-me è un sognatore. Vorrebbe che anche il resto del mondo evitasse di esprimersi a caso, che si responsabilizzasse un po’ di più. Hai notato che viviamo circondati da strumenti che ci amplificano la voce, ma che pochi, molto pochi, hanno una voce che esce dal coro? Ecco, l’altro Matteo Bortolotti è un rompiscatole, e non ama i cori, i pregiudizi e le idee fast-food. Compresa la superficialità con cui si utilizza la lingua.

L’altro Matteo Bortolotti odia anche i diminutivi. Che cosa pensa degli accrescitivi?

Matteo Bortolotti è uno scrittore e come tutti gli scrittori ha una grande considerazione di se. Normalmente si tratta di una specie di guscio di tartaruga che protegge dalle fragilità e dalla sensibilità emotiva. Per l’altro-me non è così, lui ci crede davvero. E’ molto sicuro di se, forse perché spesso si mette in dubbio. E’ talmente sicuro di se che chiama Giovanni Pascoli ‘collega’, e Pascoli è stato uno dei massimi poeti del nostro Risorgimento.

Per questo i diminutivi non gli piacciono, tutto quello che lo ‘rimpicciolisce’ lo mette a disagio, ci pensano già gli editori e i televisivi a rimpicciolirlo e disistimarlo. Se a dargli dello ‘scrittorino’ è lo Zio Morte, poi, il suo ex professore di Storia dell’Arte, non lo accetta proprio: lui è ancora più sbruffone di Matteo.

Gli accrescitivi come ‘scrittorone’ o ‘librone’, quelli credo che metterebbero in imbarazzo l’altro-me, gli scatterebbe una specie di inadeguatezza dentro, comincerebbe a chiedersi: ‘e se poi non sono così grande?’, ‘se il mio libro non ha tutte le pagine di un libro di Wilbur Smith?’. E’ strambo, l’altro-me.

I fans di Charlie Brown e Linus vogliono saperlo: Come hai fatto a scegliere la frase “Grande Cocomero!” per la tua scrittura?

Perché Matteo Bortolotti, quell’altro, è l’unico personaggio della storia consapevole di essere dentro un romanzo (d’altronde ha lo stesso nome dell’autore) e non ama imprecare, bestemmiare e dire parolacce. Sostiene che essendo un personaggio ‘per famiglie’ non vuole che l’editore chiuda la serie per via delle volgarità. Così è nata l’idea di trovargli un’esclamazione tutta sua, e siccome lui è un vero geek, un affamato lettore di fumetti, ho scelto la striscia per eccellenza. Siamo tutti un po’ Charlie Brown e un po’ Linus. Matteo gli assomiglia perché si tiene la coperta rassicurante dello scrittore addosso, ma sa bene che indagare su veri delitti è più pericoloso che scriverne. E sa anche che non lo sta facendo per il gusto dell’avventura, lo fa perché ha il cuore tenero e vuole aiutare il vecchio Commissario.

E poi il Grande Cocomero è una buona divinità a cui affidare questo personaggio. Halloween e il mistero vanno spesso a braccetto, Jack O’Lantern è una vecchia conoscenza di Matteo… Lo sapete che Halloween ha buona parte delle sue origini in Italia? Persino l’utilizzo della zucca!

Mistero!

Hai scritto un film chiamato AmeriQua (su un pigro laureato Americano che ha delle misavventure a Bologna) in un misto di Italiano e Inglese. Perché hai deciso di incorporare l’Inglese nel film? Solo a causa del contesto? O c’era qualche altro motivo?

Il film è nato in inglese, la prima versione è uscita direttamente dalla penna di quello che è anche il protagonista, ovvero Bobby Kennedy III. Io sono stato coinvolto successivamente, e insieme a Bobby abbiamo lavorato mischiando i nostri stili, le rispettive follie, riscrivendo tutto e divertendoci come matti. L’inglese maccheronico degli italiani è una componente principe. E’ una commedia scoppiata, sgrammaticata, sboccata e piena di stereotipi che ci siamo divertiti a ribaltare. Speriamo diverta anche il pubblico, è un piccolo film fatto col cuore. E devo ammettere che nessun film ha ancora mostrato quello che abbiamo mostrato di Bologna in AmeriQua.

E poi c’è Giancarlo Giannini, aver avuto l’onore di scrivere una parte per lui, conoscerlo, per me e per è stata un’esperienza impagabile.

Possiamo sperare in un altro giallo intrigante con l’altro Matteo Bortolotti?

Il Mistero della Loggia Perduta è andato bene, ha vinto un premio che ora sta appeso… nella vera pizzeria in cui è ambientato il romanzo, ed è nato con l’intento di essere il primo di una lunga serie ispirata al mio blog ‘Professione Mistero’.

Un secondo racconto con Matteo Bortolotti protagonista è già uscito in un’antologia i cui proventi sono stati devoluti ai territori terremotati dell’Emilia-Romagna (Scosse. Scrittori per il terremoto, Felici Editore, 2012). Abbiamo ballato parecchio, l’anno scorso, e nessuno di noi era preparato a quel mambo irrefrenabile.

Il secondo romanzo è già pronto. Parla di una ragazza morta trovata in un fosso. Una Jane Doe senza identità, almeno fino a quando Matteo non scoprirà alcune tracce sulla sua pelle. E poi ci sono maghi, pubblicitari, lune piene… Matteo avrà anche un nuovo agente letterario. In realtà scoprirà di essere stato vinto a poker durante una partita tra agenti letterari.

E’ così che funziona il mercato in Italia. Dura la vita degli scrittori. Grande Cocomero!

Nota personale: Non posso ringraziare Matteo Bortolotti abbastanza per la sua partecipazione entusiastica all’intervista. È troppo simpatico!

Se vorreste sapere di più su Bortolotti, vi suggerisco vivamente di visitare la sua pagina web (è intrigante!), il suo blog (è irreale!), e la sua pagina di Facebook (è ultraterrena!). Inoltre, siate sicuri di dare un’occhiata al mio post su Il mistero della loggia perduta. Questo libro è uno scream!

Santo Cielo! Una domanda ci rimane! Perché chiamano la ‘Grande Zucca’ il ‘Grande Cocomero’ gli Italiani? Come Bortolotti avrebbe indubbiamente risposto, “Mistero!”


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