Pino Imperatore

Pino Imperatore

Pino Imperatore

Pino Imperatore è nato nel 1961 a Milano da genitori emigranti napoletani. Vive ad Aversa e lavora a Napoli dove ha ideato e fondato “Achille Campanile,” un laboratorio di scrittura comica e umoristica, e il Gruppo Umoristi Ludici Postmoderni (GULP). Dal 2005 Imperatore è anche responsabile della sezione Scrittura Comica del prestigioso Premio “Massimo Troisi.”

Il primo romanzo di Imperatore, Benvenuti in casa Esposito (Meet the Espositos) (Giunti, 2012), ha ottenuto riconoscimenti nei premi “Città di Latiano,” “Umberto Domina” e “Giancarlo Siani,” e il mese scorso Giunti Editore ha pubblicato l’atteso seguito, Bentornati in casa Esposito (Welcome Back to the Espositos’). Di ricente ho avuto l’opportunità di parlare con l’autore dei ruoli della comicità e della lingua nella sua scrittura, e dei tanti riferimenti culturali affascinanti e divertenti nei suoi romanzi.

I suoi libri Benvenuti in casa Esposito e Bentornati in casa Esposito trattano di un argomento serio: la camorra. Qual è il ruolo del linguaggio comico nei due libri?

Nei miei due romanzi la comicità ha il compito di far capire quanto la camorra sia ridicola e stupida, in tutte le sue manifestazioni. Non è stato facile mettere in pratica questa scelta stilistica e narrativa, anche perché i fenomeni criminali vengono quasi sempre trattati con austerità e rigore formale. Io ho imboccato una strada alternativa, e credo di aver vinto la sfida: Benvenuti in casa Esposito e Bentornati in casa Esposito vengono letti e studiati nelle scuole e nelle Università e sono stati presi a modello da associazioni antimafia, comitati civici, istituzioni pubbliche e gruppi che si battono per la Legalità. Ne sono assai felice, e proseguirò questo impegno con tutte le mie forze.

Molti scrittori napoletani contemporanei evitano l’uso del dialetto nelle loro opere. Perché ha deciso di incorporare il dialetto nei suoi libri sugli Esposito?

Perché il Napoletano è molto di più di un dialetto. È una lingua vera e propria, meravigliosa in tutte le sue sfumature. Ha origini molto antiche, e col tempo ha acquisito “prestiti” lessicali dai popoli che hanno dominato la città nel corso dei secoli: i Greci, i Normanni, gli Spagnoli, i Francesi. Anche gli Americani, durante la seconda guerra mondiale, hanno positivamente influenzato il Napoletano. Il termine sciuscià, ad esempio, che indica il lustrascarpe e che fu usato dal grande Vittorio De Sica come titolo di un suo film, deriva dall’espressione shoeshine.

Da dove viene la frase geniale che apre Benvenuti in casa Esposito, cioè ’o pullastro nun s’è cuotto bbuono?

È una mia invenzione che prende spunto dalla realtà. In alcune organizzazioni criminali si adopera un linguaggio cifrato a cui tutti gli affiliati devono attenersi quando si scambiano messaggi a rischio di intercettazione. Si tratta di frasari molto fantasiosi e complessi. Nei miei romanzi il clan De Luca adopera asserzioni divertenti come S’è otturato ’o scarico d’ ’o gabinetto, che indica la mancanza di vie di fuga da un luogo in cui è stato commesso un reato, e Ce simme pigliato nu cafè speciale, cu ’o zuccaro fino fino, che segnala l’arrivo di una partita di cocaina finissima. Per non destare sospetti, nelle espressioni gergali del clan vengono citati oggetti di uso comune, azioni apparentemente banali, prodotti tipici, modi di dire. Acchiappa a Peppe! significa che occorre rintracciare un latitante. Puortame ’na scatula ’e cunfietti indica una richiesta di munizioni. ’O ciuccio chiamma recchialonga ’o cavallo dà ad intendere che un personaggio secondario ha offeso il capo. Nun sputa’ ’ncielo ca ’nfaccia te torna è un avvertimento: attento a ciò che fai, perché può ritorcersi contro di te.

In Benvenuti in casa Esposito, Tonino e suo cugino Peppe ’o Sistimato si impegnano in un’impressionante battaglia pirotecnica con una capa ’e Lavezzi, un Crazy Wife, un Banditos, un provolone del monaco e tanti altri. Sono tutti autentici i nomi delle botte?

Sì, sono tutti veri, e testimoniano una creatività incredibile. Durante lo scorso Capodanno, passata la paura per la fine del mondo, a Napoli furono fatte esplodere molte bombe Maya. Il botto più tristemente noto rimane ’o pallone ’e Maradona: un vero e proprio ordigno, molto pericoloso. Ogni anno, durante la notte di San Silvestro, nonostante i sequestri e gli appelli delle autorità, Napoli e tutta la sua provincia diventano scenari colorati e rumorosi per fuochi d’artificio d’ogni genere.

Ciruzzo ’o Schiattamuorto, il guardaspalle spietato del boss Pietro De Luca, parla l’italiano burocratico. Cosa ha ispirato il linguaggio insolito di Ciruzzo?

Con il personaggio di Ciruzzo ho voluto rappresentare una delle tante contraddizioni della camorra. ’O Schiattamuorto è un killer crudele, eppure ama il Diritto e la Legge. È una persona colta ed usa un linguaggio burocratico che ha appreso nel periodo in cui ha lavorato nello studio di un suo zio notaio. Impiega il tempo libero andando alle cerimonie funebri, e piange soprattutto ai funerali delle persone che egli stesso ha ammazzato. Tutti i criminali sono così: non hanno una logica né una coerenza. Le loro azioni sfuggono ad ogni “normalità.”

Ci sono molti soprannomi fantastici nei libri. Per esempio, Tatore Mezarecchia, Tummasino ’a Ricotta, Wanda ’a Riggina d’ ’o Tarocco e Furtunato ’o Filtro. Come li ha scelti?

Nei quartieri popolari di Napoli le persone e le famiglie si riconoscono tra loro più con i soprannomi che con i cognomi. Il soprannome denota un senso di appartenenza a un determinato contesto sociale e spesso indica un mestiere oppure una caratteristica fisica o comportamentale di un soggetto. Genny Esposito, il figlioletto di Tonino e Patrizia, l’ho soprannominato ’o Piranha perché mangia di tutto, con grande voracità. Ciccio ’a Botta l’ho chiamato così perché è un truffatore che si para davanti alle auto, simula un investimento, si procura certificati medici falsi che testimoniano presunte lesioni dovute alla “botta” contro la vettura e chiede il risarcimento dei danni alle compagnie d’assicurazione. Donna Rachele, invece, è soprannominata ’a Burzetta perché è una persona avida, attaccata al denaro, che infila gelosamente in una borsetta.

Tonino si consulta spesso con ’o Capitano, una capuzzella (un teschio) nel cimitero delle Fontanelle. A differenza di Tonino, ’o Capitano parla un italiano piuttosto colto. Come ha fatto a scrivere il linguaggio del leggendario teschio?

Secondo la leggenda, il teschio del Capitano è appartenuto a un ufficiale spagnolo morto a Napoli alcuni secoli fa. Mi sono immedesimato nel personaggio ed ho riprodotto il suo modo di pensare e di parlare. ’O Capitano è la coscienza critica di Tonino: cerca in tutti i modi di farlo riflettere, di allontanarlo dalla malavita e di fargli capire quanto sia importante valorizzare la straordinaria cultura, l’arte e le tradizioni di Napoli.

La saga degli Esposito sarà o al cinema o alla televisione e anche a teatro. Ma i lettori possono sperare in un altro libro sulla famiglia Esposito?

Ce l’ho già in mente, e spero di poterlo scrivere al più presto, in modo da completare la trilogia.

I suoi libri saranno tradotti negli Stati Uniti?

Mi auguro di sì, anche perché in America ci sono tantissime famiglie e persone di origine napoletana, molte delle quali si chiamano proprio Esposito, che è il cognome partenopeo più diffuso.

Nota: Vorrei ringraziare l’autore per avermi rilasciato un’intervista e per aver dato ai lettori una visione estremamente provocante e piacevole della sua amata Napoli. Grazie anche a LeeAnn Bortolussi e Annalisa Lottini alla Giunti Editore per il loro gentile aiuto con questa intervista. Per sapere di più su Pino Imperatore ed i suoi libri, vi siete preghati di visitare la sua pagina di Facebook e la pagina per Humour Lab Pino Imperatore. E non dimenticate di leggere il mio post su Benvenuti in casa Esposito!


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