Il Dott. Luca Somigli su Augusto De Angelis

Augusto_De_Angelis_215x300Luca Somigli è Associate Professor of Italian Studies all’Università di Toronto. La sua ricerca si concentra sull’avant-garde europeo e sul genere fiction italiano. Le sue pubblicazioni includono Legitimizing the Artist. Manifesto Writing and European Modernism, 1885-1915 (2003), il saggio Valerio Evangelisti (2007) sul più importante scrittore di fantascienza italiano, e scritti su vari aspetti e personaggi del modernismo italiano e di romanzi criminali. I suoi volumi co-curati includono Italian Modernism: Italian Culture between Decadentism and Avant-Garde con Mario Moroni (2004), L’arte del saltimbanco. Aldo Palazzeschi tra due avanguardie con Gino Tellini (2008), e ‘Neoavanguardia:’ Italian Experimental Literature and Arts in the 1960s con Moroni e Paolo Chirumbolo (2010). Nel 2005 ha curato un numero speciale del periodico Symposium sul giallo italiano.

Di ricente, ho avuto il piacere di intervistare il dott. Somigli sulle opere del giallista Augusto De Angelis (nella foto a sinistra) e il suo rapporto con la regime fascista.

Augusto De Angelis (1888-1944) è stato definito il padre del romanzo giallo italiano. Voi studiosi del genere cosa pensate di De Angelis?

Anche se De Angelis non è stato il primo scrittore italiano di narrativa poliziesca, è stato certamente il primo a capire il vero potenziale di questo genere, andando al di là delle solite impostazioni e situazioni stereotipate a cui i lettori erano stati abituati. Bisogna calcolare che scrisse i suoi misteri durante un periodo relativamente breve, dal 1935 al 1943, fatto interessante in quanto si tratti di un periodo cruciale nella storia complessiva del genere: fu sia il periodo d’oro del romanzo poliziesco britannico (con la sua visione del giallo principalmente come puzzle intellettuale), che il decennio d’ascesa del noir americano, che sfidò a tutti gli effetti il modello britannico. Per darvi un paio di date indicative, Omicidio sull’Orient Express di Agatha Christie, a mio avviso uno tra i migliori esempi di giallo britannico classico, è uscito nel 1934 mentre il saggio di Chandler “La semplice arte del delitto”, che ha marcato la fine definitiva dell’ormai stantio formato di narrativa poliziesca britannica e l’inizio di una nuova era di realismo americano, fu pubblicato nel 1944.

Come ho già detto, De Angelis pubblicò i suoi scritti nel corso di questo decennio notevole. Onestamente non so quanto fosse consapevole degli sviluppi sopracitati, ma ipotizzerei che nei suoi romanzi stesse sperimentando con questa transizione, e che abbia inizialmente ereditato un approccio stereotipato al genere del mistero visto come puzzle, per poi tentare una trasformazione: un uso del genere come mezzo per esplorare le conseguenze sociali e psicologiche della criminalità e la sua indagine. De Angelis era molto affascinato dall’atmosfera, ovvero il contesto socio-psicologico in cui i crimini che dipinge sono ambientati (fortemente influenzato da Georges Simenon, i cui misteri Maigret erano molto popolari in Italia).

A causa della percezione generale tra lettori e scrittori italiani dell’epoca che la narrativa poliziesca fosse fondamentalmente un genere “importato”, parecchi tra i gialli degli anni ’30 hanno un sapore artificiale, spesso addirittura parodico (mi vengono in mente autori come Arturo Lanocita o Alessandro Varaldo). Anche l’autore considerato da molti il padrino del romanzo poliziesco italiano, Ezio D’Errico, ha preferito impostare i suoi romanzi in una Parigi stilizzata e artificiale (traendo apertamente ispirazione da Simenon).

In un famoso saggio Chesterton dichiarò che il romanzo poliziesco è il genere popolare che esprime la “poesia della vita moderna”, la vita vissuta nell’ambiente moderno che è la città. Nei suoi migliori romanzi, De Angelis è riuscito a scavalcare l’ostacolo della censura fascista e il generale scetticismo da parte dei critici del genere, producendo romanzi all’altezza di Chesterton, che evocano la complessità e il mistero della vita (e della morte) in una metropoli moderna. La sua Milano è la prima vera città noir italiana, ed è De Vincenzi a guidarci attraverso il suo “lato oscuro”.

De Angelis è rinomato per il suo personaggio l’ispettore Carlo De Vincenzi. Com’è De Vincenzi a confronto con gli altri ispettori fittizi dell’epoca?

Direi che De Vincenzi è il più convincente tra gli ispettori dei gialli anni ’30, o per lo meno sembra essere quello preso più sul serio dal suo autore. È una figura complessa, un poeta e intellettuale, molto diverso da quella “macchina pensante” che è il detective Sherlock Holmes, ma anche dal maldestro PI diventato popolare durante il dopo guerra. Il personaggio che mi ricorda di più è Adam Dalgliesh di PD James, nonché il canone anglo-americano del genere.

Il Ministero della Cultura Popolare fascista (Minculpop) ha censurato e successivamente vietato i romanzi gialli. Come mai i fascisti si opposero così tanto al genere?

Sono parecchi i motivi per cui il fascismo abbia avuto problemi con la narrativa poliziesca. In primo luogo, il regime aspirava a creare un’immagine dell’Italia come priva di criminalità, e più in generale dei problemi sociali tipici delle democrazie moderne. I servizi giornalistici sulla criminalità, ad esempio, furono pesantemente censurati. Dunque anche rappresentazioni fittizie della criminalità erano viste come minacce a quest’immagine immacolata. Naturalmente finchè i romanzi polizieschi provenivano dall’estero, rappresentando a tutti gli effetti gli atti criminali e violenti che si verificavano altrove, non c’era nessun problema. Ma quando sempre più scrittori italiani cominciarono a cimentarsi nel genere (ironicamente incoraggiati dal regime stesso che imponeva agli editori di riservare almeno il 15% delle loro pubblicazioni ad autori italiani!) la narrativa poliziesca dovette essere regolata con più attenzione. Per alcuni scrittori fu sufficiente ambientare i loro romanzi all’estero, come nel caso di D’Errico, mentre altri dovettero piegarsi a restrizioni ridicole, compreso il divieto di incorporare un criminale italiano nella storia (infatti la quantità di stranieri presenti nei gialli italiani alla fine del 1930 è incredibile!), cosa che ha inciso anche parecchio sulle traduzioni di romanzi stranieri. Alberto Tedeschi, dirigente della Mondadori Gialli dal 1933 fino alla sua morte nel 1979, raccontò che spesso i suicidi dovevano essere spacciati per incidenti sfortunati e improbabili in quanto il suicidio fosse un argomento proibito, almeno nella letteratura popolare. Altri critici fascisti vedevano la narrativa poliziesca come un invito a glorificare la criminalità. Tuttavia penso che il romanzo poliziesco sia stato visto come una minaccia da parte del regime perché ha presentato ai lettori italiani delle forme alternative di indagine e amministrazione della giustizia, entrambe molto diverse da quelle dell’Italia fascista. Forme che danno più responsabilità agli individui rispetto che allo Stato (basti pensare agli investigatori privati, le giurie popolari, ecc.) In poche parole, il giallo ha permesso ai lettori italiani di immaginare un altro tipo di vigilanza e giustizia, o generalmente un altro tipo di rapporto tra cittadino e Stato.

MinCulPop fece imprigionare De Angelis Nel 1943 a causa di alcuni articoli anti-fascisti che scrisse per la “Gazzetta del Popolo.” Esistono prove che dimostrino che la sua incarcerazione non fosse in alcun modo dovuta ai suoi gialli?

Non sono esperto della biografia di De Angelis, ma personalmente non la penso così. In un certo senso fu vittima della guerra civile in cui era di fatto immersa l’Italia dopo l’armistizio con gli alleati dell’8 Settembre 1943. Il Nord era controllato dalla Germania, alleata dell’Italia fino al giorno prima, e Mussolini (spodestato come Primo Ministro e arrestato il 25 luglio) fu messo a capo della nuova “Repubblica Sociale Italiana”, meglio conosciuta come “Repubblica di Salò” che era, a tutti gli effetti, uno stato fantoccio tedesco. Molti di coloro che avevano espresso il loro anti-fascismo dopo la caduta di Mussolini furono arrestati o si nascosero unendosi alla resistenza antifascista. De Angelis fu tra questi, e anche se mori’ dopo esser stato picchiato a morte da un delinquente fascista, il fatto che fosse debole dopo parecchi mesi di prigionia ha sicuramente contribuito.

Come ha fatto De Angelis ad esprimere il suo anti-fascismo attraverso i suoi romanzi gialli?

Non sono così sicuro che si possa parlare di anti-fascismo nei romanzi di De Angelis, ma piuttosto di “a-fascismo” inteso come indifferenza al regime, che francamente era il massimo che uno scrittore italiano potesse fare senza affrontare la censura o peggio. Anche Il candeliere a sette fiamme, forse il suo romanzo più famoso, che parla apertamente di temi ebraici e fa riferimento agli insediamenti ebraici in Palestina, è meno politicamente carico di quanto si possa pensare se si tiene conto del fatto che è stato pubblicato nel 1936, prima che entrassero in vigore le leggi razziali antisemite del 1938-39. Come suggeriscono alcuni critici, la sua opposizione al fascismo può essere dedotta piuttosto dai piccoli dettagli, come i riferimenti che De Vincenzi fa ad autori quali Freud e Oscar Wilde, visti con sospetto durante il ventennio fascista.

De Angelis non ha usato quasi mai il dialetto nei suoi scritti. Come descriverebbe il suo uso della lingua italiana?

Il regime fascista si opponeva all’uso dei dialetti, ritenendoli un ostacolo alla formazione di una identità nazionale. Nella narrativa popolare degli anni ’30 il dialetto veniva utilizzato per lo più per un effetto comico o per dare un “colore locale” agli scritti. Non credo che De Angelis, come la maggior parte dei suoi colleghi, ritenesse particolarmente vantaggioso l’uso del dialetto nella sua narrativa. Come molti altri giornalisti del suo tempo proveniva da un background prevalentemente classico. La sua prosa può infatti essere diretta ed efficace come quella di un giornalista investigativo, ma può anche essere sfumata e suggestiva, soprattutto mentre descrive l’atmosfera e i luoghi dei suoi romanzi.

Qual’è secondo te l’eredità letteraria di De Angelis?

Dopo la sua morte ci sono state brevi e occasionali rinascite d’interesse nella narrativa di De Angelis, la piu’ significativa a metà degli anni ’70 quando alcuni suoi romanzi furono riadattati in serie televisive, in cui il grande Paolo Stoppa interpreta De Vincenzi, che hanno goduto di un discreto successo (anche se Stoppa non assomiglia per niente al personaggio che descrive De Angelis!). La maggior parte dei suoi romanzi non erano disponibili fino a poco tempo fa, con l’eccezione della raccolta a cura di Oreste del Buono del 1963. Anche dopo un decennio circa di ristampe della Sellerio, alcuni romanzi sono ancora fuori stampa, e di conseguenza De Angelis rimane molto un autore di nicchia. Direi che la sua eredità è indiretta: fu il primo a tentare la realizzazione di una narrativa poliziesca come ramo del romanzo realista, e come tale è il progenitore di tutti gli autori contemporanei che considerano il giallo come il nuovo “romanzo sociale”.

Nota: Vorrei ringraziare il dott. Somigli per avermi graziosamente concesso quest’intervista. Per ulteriori informazioni su Augusto De Angelis, siete preghati di vedere il mio post su Il candeliere a sette fiamme (The Candelabrum with Seven Flames).


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