Massimo Cassani

Massimo_Cassani_673x900Massimo Cassani (b. 1966, Cittiglio) ha studiato giornalismo a Milano, e lavora ancora nel settore con entrambi Gruppo 24 Ore e Il Sole 24 Ore. Quando non sta scrivendo articoli e gestendo periodici, insegna e scrive romanzi noir. Nonostante sia probabilmente più conosciuto per la sua serie sul Commissario Sandro Micuzzi, Cassani ha anche scritto un noir psicologico intitolato Un po’ più lontano (A Bit Further) (Laurana, 2010) che tratta il tema della solitudine.

Ho avuto di recente il piacere di intervistare Cassani sul suo lavoro e il suo nuovo affascinante romanzo, Zona franca (Duty-Free Zone) (TEA, 2013), il quale è appena stato candidato per il prestigioso “Premio Giorgio Scerbanenco – La Stampa” per il miglior romanzo noir italiano edito nell’anno.

La sua professione di giornalista ha influenzato in qualche modo la sua narrativa?

No, non credo. Sono due scritture differenti. E sono due modi differenti di organizzare il testo. Certo l’abitudine a tenere agganciati i pensieri alle parole è una bella palestra, questo forse un po’ aiuta.

Insegna “intreccio narrativo” per un corso di studio offerto da una delle sue case editrici, Laurana Editore. Secondo lei qual è il principio fondamentale di questo stile di scrittura?

Devo precisare che “la Bottega della narrazione” non è un corso, ma una vera e propria scuola di narrativa, della durata di un anno. Una scuola in cui i partecipanti – che vengono preventivamente selezionati – realizzano il proprio progetto narrativo, il proprio romanzo, come fossero in una vera propria bottega: lavorando con gli insegnanti, ma confrontandosi anche fra di loro, dandosi consigli, imparando reciprocamente. Per il resto, difficile rispondere alla domanda: non esiste un principio fondamentale della scrittura narrativa. Esistono criteri per costruire una trama, questo sì, ma poi tutto deve essere reinterpretato dall’autore, in base alla propria sensibilità e al proprio immaginario personale.

Il suo ultimo romanzo, Zona franca, è ricco di lingue straniere, latino, varietà d’italiano e dialetti. A suo parere cosa aggiungono questi elementi linguistici all’intreccio narrativo?

All’intreccio poco o nulla, per la verità. Questo mix di linguaggi era utile per rappresentare cosa oggi è Milano, la città in cui è ambientato “Zona franca”: un luogo in cui cominciano a convivere differenti culture e in cui passato e presente coesistono, non senza difficoltà.

Nella sua Nota dell’autore dice che “i proverbi milanesi ormai sono quasi Storia,” però li adopera in Zona franca. Perché?

Perché i proverbi, com’è noto, sono l’espressione più genuina della cultura popolare. Infatti li cita uno dei personaggi del romanzo, Saturnino Sella, un vecchio milanese con un passato da anarchico.

Come ha fatto a scegliere i proverbi? Ne ha cercati alcuni che complementassero la storia? O ce ne sono alcuni che hanno influenzato qualche aspetto della trama?

Alcuni li conoscevo per tradizione famigliare. Per altri mi sono documentato per individuare quelli giusti che supportassero ciò che volevo raccontare. E ne ho trovati così tanti che ho avuto solo l’imbarazzo della scelta.

Dialetto e regionalismi sono elementi comuni del giallo regionale italiano. Secondo lei ci sono dialetti che si prestano particolarmente bene al genere?

No, sono convinto di no.

I lettori saranno felici di sapere che ci sarà un quarto romanzo della serie del Commissario Micuzzi. Può anticiparci il titolo?

Sì, ci sarà un quarto episodio. E’ in fase di scrittura. Ma il titolo verrà strada facendo, come capita spesso. Oppure addirittura alla fine. Quello che posso dire è che ci sarà un personaggio femminile italo-americano.

Nota: Tante grazie a Massimo Cassani per aver gentilmente consentito a quest’intervista. Se volete votare per Zona franca, potete farlo qui.

E non perdetevi il mio post su Zona franca. Se vi piacciono i noir storici, Cassani è il vostro autore.


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