Anna Mittone

Anna_Mittone-2Anna Mittone (n. 1971, Torino) è una scrittrice e sceneggiatrice televisiva. Dopo aver studiato strutture comunicative delle soap opera presso l’Università di Torino, Mittone ha debuttato in televisione con la duratura telenovela napoletana “Un posto al sole”. Ha poi lavorato per vari programmi famosi come “La Squadra”, “Un papà quasi perfetto” e “Capri”, prima di scrivere due opere di narrativa contemporanea: Quasi quasi m’innamoro (I Might Just Fall in Love) (Piemme, 2011) e Come ti vorrei (How I would like you) (Piemme, 2013).

Ho avuto il piacere di intervistare Mittone sul linguaggio che usa, i personaggi vivaci (reali e immaginari) del suo romanzo d’esordio Quasi quasi m’innamoro, e i suoi progetti futuri di scrittura.

Il linguaggio che utilizza per la televisione è diverso da quello dei suoi romanzi?

Le sceneggiature e i romanzi sono due attività di scrittura molto diverse, ciascuna con le proprie peculiarità e il proprio linguaggio. La scrittura di una sceneggiatura deve sempre tener conto del fatto che si tratta di uno strumento in mano a registi, attori, scenografi e a tutti quelli che contribuiranno a creare il prodotto finale. Le descrizioni sono dunque essenziali e soprattutto volte a guidare le professionalità che dovranno mettere in scena l’idea dello sceneggiatore. Allo stesso modo i dialoghi devono tener conto di esigenze di brevità, “pronunciabilità” per gli attori, verosimiglianza con il parlato quotidiano, devono creare il ritmo e la musicalità della scena. Tutto questo per dire che la sceneggiatura non deve necessariamente essere una “bella lettura” in sé, ma soprattutto contenere tutti gli elementi che poi faranno di quelle parole un bel film o una bella serie televisiva.

Nel romanzo, invece, le parole sono tutto, non c’è uno stadio successivo di lavorazione, le parole sulla carta devono suggerire quello che, nella sceneggiatura, saranno le location, i costumi, la musica, le inflessioni recitative.

Dopo quindici anni di sceneggiature, scrivere un romanzo ha messo quindi alla prova le mie competenze lessicali, la mia ricchezza linguistica, la mia capacità di “trovare le parole”, così come mi ha (piacevolmente) costretta a trovare un ritmo di fraseggio e di costruzione narrativa che prima non mi era richiesto.

In Quasi quasi m’innamoro, il padre di Consolata parla dialetto piemontese mentre la madre parla italiano. Perché questa dicotomia?

E’ un aspetto, francamente, al quale non avevo fatto caso! Nel rifletterci mi viene in mente che forse, mentre per la madre di Consolata avevo in mente una caratterizzazione ben precisa, il dialetto mi ha aiutato a crearla per il padre. Il dialetto piemontese in particolare è uno di quei dialetti italiani che, a differenza ad esempio del napoletano, ormai è parlato sempre più raramente e non si è tramandato tra generazioni. Lo parlava mia nonna, lo conosce ancora abbastanza bene mia madre, ma io ne so pochissimo e solo grazie a reminescenze d’infanzia. Mi è sembrato quindi che metterlo in bocca al padre di Consolata mi aiutasse a immaginarlo e raccontarlo come uno di quei torinesi doc, cresciuti ai limiti della periferia, legati alle tradizioni e ai costumi ormai un po’ superati della città.

La madre di Consolata è sia impicciona che serialmente ansiosa. Secondo lei il personaggio è pressoché rappresentativo della mamma italiana di oggi?

Beh, io sono una mamma italiana d’oggi e spero sinceramente di non essere così! A parte gli scherzi, è noto che la mamma italiana è decisamente più impicciona, ansiosa, accudente, asfissiante e invadente della media delle madri europee (e forse mondiali!), ma penso (spero!) che le mamme di oggi siano un po’ più moderne e “liberal” di quelle delle generazioni precedenti. Anche se certe tradizioni sono dure a morire… Per la madre di Consolata mi sono ispirata a un archetipo classico – la mamma che dà il tormento, soprattutto alle figlie femmine, perché “si sistemino” ovvero si sposino e mettano al mondo tanti bambini – e devo dire che il suo successo è stato per me inaspettato. Quasi tutti quelli che hanno letto il libro sono rimasti colpiti dalla madre prima ancora che da Consolata e non sono state poche le lettrici che mi hanno detto “anche mia mamma è così!”

Ad un punto critico nel libro, Consolata immagina suo padre che dice: “Date ‘ n andi.” Il dialetto cosa simboleggia per Consolata?

Quelle sue espressioni dialettali, per me (e quindi per Consolata!), suonano molto tenere, un po’ malinconiche, sono parole sopravvissute a un mondo che non c’è più, capaci per questo di scatenare la malinconica dolcezza del ricordo e, allo stesso tempo, riportare in vita un certo temperamento, un modo di approcciare la vita tipicamente sabaudo. “Date ‘n andi”, cioè “muoviti, datti una mossa”, ma anche “datti un tono” è un modo di spronare a non perdersi d’animo, a non soccombere alla fatica, alla noia, anche al dolore. Notoriamente i piemontesi sono (o comunque si piccano di essere!) infaticabili lavoratori, perseveranti, tenaci, calvinisti nell’anima e il dialetto piemontese è pieno di espressioni che invitano a non fare i pelandroni (pelandrun è chi batte la fiacca). Quell’espressione in dialetto è per Consolata un monito a tornare con i piedi per terra, a non perdere il tempo in fantasie, a ritrovare spinta, forza e spina dorsale.

Che cosa le ha fatto decidere di utilizzare una persona reale, musicista e giudice di X Factor Marco Castoldi (in arte Morgan), come interesse amoroso di Consolata?

Fin dalla sua concezione il romanzo prevedeva una protagonista che s’innamora perdutamente di un personaggio famoso, ritrovandosi così a quarant’anni in una situazione tipicamente adolescenziale. Inizialmente il personaggio famoso doveva essere Roberto Saviano (l’autore di “Gomorra”), di cui Consolata s’innamorava dopo aver visto la foto in quarta di copertina sul libro. Ancora adesso, ripensandoci, mi sembra che fosse una buona idea, eppure il romanzo non “montava”, non cresceva, non trovava una sua strada. Avevo scritto più o meno 30 pagine ed ero già bloccata. Poi una sera, mentre ero sola a casa, facendo zapping sono capitata su una puntata di X Factor e ho visto Morgan, di cui fino a quel momento avevo solo sentito parlare, ed è stata una sorta di “amore a prima vista”! Per qualche strana ragione mi ha ispirata e nel giro di poche ore – più o meno il tempo della trasmissione – ho deciso che avrei riscritto tutto usando lui invece di Saviano. Magicamente, da quel momento, il romanzo si è come scritto da solo!

Lei ha affermato che il linguaggio del suo secondo romanzo pubblicato recentemente Come ti vorrei, è diverso da quello di Quasi quasi m’innamoro. In che senso?

Quasi quasi m’innamoro come molti primi romanzi è un po’ il concentrato di anni di pensieri, parole, storie che non avevano trovato una strada per “sbocciare”. E’ decisamente sovrabbondante: nel linguaggio, nella tipizzazione dei personaggi, nei riferimenti letterari, pop, musicali. Come se a un certo avessi aperto una porta e tutto – troppo!- ne fosse uscito contemporaneamente e anche po’ scompostamente. Non ho voluto scrivere dialoghi veri e proprio perché non ne potevo più di dialoghi da sceneggiatura; non ho quasi usato punteggiatura perché le parole, i pensieri mi arrivavano a ondate e non volevo fermarli… E’ stata un’esperienza di scrittura molto liberatoria e libera. Per Come ti vorrei mi sono, in un certo senso, “ridimensionata”. E’ un romanzo meno folle – anche nella trama – più intimo e ragionato, anche se (spero!) mantiene le stesse caratteristiche di leggerezza e brillantezza.

I lettori vogliono sapere: avete in programma di scrivere un terzo romanzo?

Sicuramente sì! E sarà un terzo romanzo ancora diverso dai primi due. Questa volta il protagonista sarà un uomo e suo sarà il punto di vista sulla vita e sull’amore.

Nota: Molte grazie ad Anna Mittone per l’eccezionale intervista. Siate sicuri di dare un’occhiata al mio post su Quasi quasi m’innamoro. Questo libro è una favola!


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